Home

Introduzione alla meditazione

Home

PENSIERO DEL MESE
 
Notiziario della BVM 3-2006 Nuovo
Bollettino dei Triangoli
No. 157 -2006
Nuovo
 
LINGUA
 
DOCUMENTI IN EVIDENZA
 
EVENTI E INCONTRI
 
PUBBLICAZIONE
 
MEDITATIONE
 
ALICE A. BAILEY
 
FINANZIAMENTO
 
VARIE

E. La pratica della meditazione

Posizione

Risolto il problema del tempo e del luogo, sediamoci comodamente e cominciamo a meditare. Qui sorge la domanda: come dobbiamo sedere? La posizione migliore è quella a gambe incrociate, in ginocchio, seduti, o in piedi? La migliore è sempre quella più semplice e naturale.

La posizione a gambe incrociate è stata, ed è tuttora, molto usata in oriente, e molti libri sono stati scritti su questo soggetto. Alcune di queste posizioni sono connesse con il sistema nervoso e con la struttura interiore di quei canali sottili che gli Indù chiamano “nadi”, che sottostanno al sistema nervoso riconosciuto in occidente.

Il lato negativo di queste posizioni consiste nel fatto che inducono due reazioni alquanto indesiderabili: a concentrare la mente sul meccanismo e non sullo scopo del processo; in secondo luogo a provare frequentemente un piacevole senso di superiorità, basato sul tentativo di far qualcosa che la maggioranza non fa e che ci distingue come dei conoscitori in potenza. Ci si interessa al lato formale della meditazione; ci si occupa del non-sé, piuttosto che del Sé.

Scegliamo quindi la posizione che più facilmente ci permetta di dimenticare il corpo fisico. Per gli occidentali è probabilmente lo star seduti; la cosa essenziale è tenere la spina dorsale eretta; stare rilassati (ma non abbandonati), in modo che nessuna parte del corpo sia in stato di tensione, con il mento leggermente reclinato in avanti, in modo da eliminare ogni rigidità nella parte posteriore del collo. La meditazione è un atto interiore, e può essere eseguita con successo solo se il corpo è rilassato, in posizione equilibrata e quindi dimenticato.

Respirazione

Ottenuta una posizione comoda e rilassata, e dopo aver distolto la coscienza dal corpo fisico, rivolgiamo l’attenzione al respiro, per accertarci che sia tranquillo, regolare e ritmico.

A questo punto, vorrei mettere in guardia contro l’uso degli esercizi di respirazione, a meno che non si siano già dedicati anni alla meditazione corretta e alla purificazione dei corpi. Negli antichi insegnamenti orientali, il controllo del respiro era permesso solo dopo che i primi tre “mezzi di unione” (come vengono chiamati) fossero in qualche misura entrati a far parte della vita, e solo seguendo istruzioni appropriate.

La pratica degli esercizi di respirazione non ha nulla a che fare con lo sviluppo spirituale. Tale pratica, che è invece connessa con lo sviluppo psichico, crea molte difficoltà ed è pericolosa. Nei tempi antichi, gli istruttori sceglievano con grande attenzione i soggetti per questo insegnamento ed esso era aggiunto come complemento di una formazione che avesse già indotto un certo grado di contatto con l’anima, in modo che questa potesse dirigere le energie evocate dal respiro verso i suoi obiettivi e a scopo di servizio mondiale.

Ci limiteremo dunque ad accertare che il respiro sia calmo e regolare e ritireremo completamente i pensieri dal corpo per iniziare la concentrazione.

Visualizzazione e uso creativo dell’immaginazione

Il passo successivo nella pratica della meditazione è l’uso dell’immaginazione; ci rappresentiamo il triplice uomo inferiore allineato o in diretta comunicazione con l’anima. E’ possibile farlo in molti modi. Questo è ciò che chiamiamo visualizzazione. Si potrebbe dire che la visualizzazione, l’immaginazione e la volontà siano i tre fattori più importanti in ogni processo creativo. Essi sono le cause soggettive di molti effetti oggettivi.

All’inizio, la visualizzazione è soprattutto una questione di fede sperimentale. Sappiamo che, per mezzo del ragionamento, siamo giunti a capire che dentro e oltre ogni cosa manifesta esiste un Modello Ideale che cerca di manifestarsi sul piano fisico. L’uso della visualizzazione, dell’immaginazione e della volontà fa parte delle attività previste per accelerare il manifestarsi di quell’Ideale.

Quando visualizziamo usiamo la nostra concezione più elevata di quell’ideale, rivestita di qualche tipo di materia, solitamente mentale, non essendo ancora in grado di concepire forme o tipi di sostanza più elevati con cui avvolgere le nostre immagini.

Quando formiamo un’immagine mentale, la sostanza della nostra mente vibra ad una determinata frequenza e attrae a sé un tipo corrispondente di sostanza mentale in cui la mente è immersa. La volontà mantiene l’immagine ferma e le dà vita. Questo processo si attua sia che siamo o no capaci di vederlo con l’occhio della mente. Se non lo vediamo non importa, poiché l’opera creativa procede ugualmente. Forse un giorno sapremo come seguire e attuare coscientemente l’intero processo.

Relativamente a questo lavoro, a volte nella fase iniziale il principiante si rappresenta i tre corpi (i tre aspetti della natura formale) collegati da un corpo splendente di luce, oppure visualizza tre centri di energia vibrante, stimolati da un centro superiore e più potente; altri immaginano l’anima come un triangolo di forza, al quale il triangolo della natura inferiore è collegato dal filo d’argento di cui parla la Bibbia, il sutratma, o filo dell’anima delle Scritture orientali, o la linea di vita di altre scuole di pensiero. Altri ancora preferiscono attenersi al concetto di una personalità unificata, connessa alla Divinità immanente: il Cristo in noi, speranza di gloria.

La scelta dell’immagine da usare ha poca importanza, purché si parta dall’idea basilare del Sé che cerca il contatto con il non-sé, suo strumento nei mondi dell’espressione umana e, viceversa, dal concetto del non-sé spinto a volgersi alla sua sorgente di vita. Ottenuto ciò, possiamo proseguire la meditazione. Il corpo fisico e quello emotivo cadono, a loro volta, sotto la soglia della coscienza, noi ci concentriamo nella mente e tentiamo di piegarla al nostro volere.

Concentrazione

E’ proprio a questo punto che sorge il nostro problema. La mente rifiuta di aderire ai pensieri che vogliamo formulare e si affanna in tutte le direzioni nella sua abituale ricerca di soggetti. Non riusciamo a concentrarci sul pensiero seme e pensiamo a ciò che faremo più tardi, a qualcuno cui dobbiamo parlare, o ad un progetto che ci sta a cuore; cominciamo a pensare a una persona che amiamo e immediatamente ricadiamo nel mondo delle emozioni e dobbiamo ricominciare ogni cosa da capo.

Allora raduniamo i pensieri e ricominciamo di nuovo con buon esito per mezzo minuto, poi ricordiamo un impegno che abbiamo preso o un lavoro che abbiamo dato da fare e ci troviamo nuovamente nel campo delle reazioni mentali dimenticando la linea di pensiero che intendevamo seguire. Ancora una volta raccogliamo le nostre idee sparse e riprendiamo l’opera di domare la mente ribelle. Ma con la pratica diventeremo finalmente capaci di mantenere la concentrazione mentale con un certo grado di efficacia.

Come raggiungere questa condizione? Seguendo una formula o uno schema di meditazione che stabilisca automaticamente un limite invalicabile alla mente e le dica: “puoi andare fin là e non oltre”. Con deliberazione e intento intelligente stabiliamo precisi confini all’attività mentale, in modo che sia possibile accorgerci subito quando li valichiamo. Sappiamo allora di doverci ritirare di nuovo entro i ripari che noi stessi abbiamo costruito.

L’indagatore sincero cercherà di iniziare una forma di meditazione per aiutare lo sviluppo della concentrazione.

(Dall’intelletto all’intuizione, pag. 118-27 ed. ingl.)

Inizio Index


Home | Scuola Arcana | Edizioni Lucis | Buona Volontà Mondiale | Triangoli
| La Grande Invocazione | Contattare Lucis Trust |

Pubblicato da Lucis Trust © Lucis Trust 1997-2006